Ibrahim e i suoi fratelli

Dopo il mio reportage sociale sulla sclerosi multipla, vorrei condividere questa volta il  lavoro di un mio caro amico, Vincenzo Pisani. Un lavoro che mi ha rapita fin dai suoi primi scatti. Sono certa che vi entrerà dritto nel cuore…e nella mente.

IL PROGETTO
Immaginate una grande città, una capitale europea, ricca di chiese e monumenti conosciuti in tutto il mondo. Ora visualizzate un quartiere borghese, in cui sorgono residenze nobiliari e ambasciate. Ora immaginate un buco nero nel mezzo di quest’idillio.
Pensate ad un Paese africano che vive una sanguinosa guerra civile dal 1991. Immaginate che le ambasciate di questo Paese, travolto da anni di conflitti e carestie, siano state abbandonate dalle loro missioni diplomatiche. E ora tornate con la mente a quella città europea e visualizzate un edificio nobiliare in rovina, occupato da 150 profughi.
Provate ad immaginare un luogo senza elettricità, acqua calda, gas, ratti e insetti ovunque, pareti umide, pavimenti e soffitti in rovina. Pensate a persone disperate, che vivono in condizioni disumane, senza diritti, cibo, assistenza, sostegno. Fermate l’immaginazione e andate a Roma, nel quartiere Trieste, in Via dei Villini. E’ lì che sorgeva l’ex Ambasciata Somala in Italia. E’ qui che ha vissuto, per più di 1 anno, Mohamed Ibrahim, 29 anni, fuggito dalla Somalia per scampare all’arruolamento forzato negli squadroni dei Signori della Guerra.
La parola ad Ibrahim “La mia storia è la somma di tante emergenze: la fuga da un Paese in guerra, la difficile condizione di profugo in un’Italia che ti accoglie per poi abbandonarti a te stesso, l’indigenza, la fatica ad integrarsi, a superare i pregiudizi. Eppure la mia è anche una storia di pazienza, coraggio e fiducia, nelle persone e nel domani”.

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